Dopo la pausa invernale, durante la quale il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona (Svizzera) si è dotato di un ascensore interno per servire tutti i piani della struttura, la programmazione riparte con una retrospettiva dedicata a Luisa Figini (Mendrisio, 1954), il cui lavoro – incentrato sull’utilizzo di materiali insoliti e plasmato da contatti con ambienti artistici svizzeri ed europei – assimila e trasforma tendenze vicine all’arte povera, al concettuale, alla videoarte.
Dal 14 giugno al 6 settembre 2026, l’antologica, curata da Carla Burani e Paola Tedeschi-Pellanda, presenta otto grandi opere, tra le più emblematiche di Luisa Figini – ciascuna distribuita in altrettante stanze del museo asconese -, che permettono l’esplorazione del suo pensiero che si esplicita attraverso linguaggi e materiali sempre diversi, che interagiscono fra loro secondo dinamiche complesse e si declinano in un’ampia varietà di media e materiali.
Dalle prime esperienze con la ceramica – un intimo, passionale rapporto con la materia e con i limiti della sua potenzialità espressiva – l’artista passa a installazioni realizzate con materiali naturali (cere, capelli, budelli, carta) e sintetici (reti metalliche), con video e con audio, per arrivare a lavori ibridi in cui la proiezione di immagini in movimento si mescola alla pittura, all’acquerello e al disegno.
L’argilla, il filo metallico, le garze, la fibra di vetro danno origine a forme concave, convesse o spaccate da crepe e da fessure.
In Racconti di un traghettatore (1991), le grandi canoe rovesciate – le cui superfici ricordano la pelle di una balena – scandiscono e racchiudono lo spazio come gusci o bozzoli protettivi primordiali, in tensione fra pieno e vuoto, dentro e fuori, buio e luce.
La Porta di vento (1993), la cui forma ricorda tumuli sepolcrali preistorici o esiti contemporanei prossimi all’arte povera (si pensi agli igloo di Mario Merz o agli ambienti densi di memoria di Jannis Kounellis), rovescia l’idea di casa come luogo primigenio di intimità e di protezione per l’uomo. La grande fenditura che attraversa la superficie dell’opera diventa soglia, passaggio fra “fuori” e “dentro”, fra luce e oscurità, fra il mondo familiare e un universo inesplorato.
Installazione (2000) presenta una stanza arredata da una poltrona e un tavolino, interamente tappezzata di capelli umani come reperti archeologici che segnano una presenza permanente oltre la morte. I capelli, per secoli simbolo di forza, di potere, di bellezza femminile e di seduzione, rimandano anche a tragedie epocali nella storia dell’uomo. L’habitat primordiale assume in questa opera installativa complessa e multisensoriale una valenza metaforica e fortemente narrativa, diventando spazio di una memoria privata e collettiva. Il rapporto con l’oggetto si esprime nella presenza di mobili d’arredo che recano tracce di vite passate e di corpi che li hanno utilizzati.
Le tematiche della morte, della traccia e della memoria si esplicitano attraverso l’installazione Casa (2004-2025) che gioca sul concetto di focolare protettivo che si rivela però, al tempo stesso, urna funeraria suggestiva di antiche sepolture, e s’interroga sulla fragilità e sulla transitorietà della vita. Bagaglio a mano (2013-2014) propone un possibile corredo funerario contemporaneo, composto da oggetti appartenuti a chi non c’è più – camicia, scarpe, radio, tazzina – realizzati in carta pergamina di un bianco diafano, etereo, quasi trasparente.
La ricerca dell’artista nell’ambito della videoarte, sviluppata a partire dal suo periodo di formazione alla Haute école d’art et de design (HEAD) di Ginevra, si manifesta in videoinstallazioni quali Fiorire (2002) – tre autoritratti floreali che appaiono e svaniscono tra i petali rossi-rosa di garofani – o Sonar (2006/2007), realizzata nella piscina fisioterapica dell’ospedale psichiatrico di Ginevra, in cui corpi in tensione o in abbandono fluttuano nell’acqua in una visione incerta e portano in una dimensione intermedia fra dentro e fuori, fra astrattismo e figurazione.
Il recente lavoro Con passo d’infanzia (2025) si articola in una serie di acquerelli che, prendendo spunto da un album di fotografie di famiglia, riproduce atmosfere domestiche e luoghi dell’infanzia: il giardino di casa, i vestiti a pois, gite domenicali e l’auto di famiglia, la Opel Rekord del 1959. La relazione tra vita personale e pratica artistica assume un significato singolare e invita il visitatore a entrare nella stanza di una memoria condivisa.
La mostra è accompagnata da una guida all’esposizione.
La prima ampia monografia dedicata all’opera completa di Luisa Figini, a cura di Carla Burani e Paola Tedeschi-Pellanda, è in preparazione e uscirà nell’autunno del 2026 per i tipi di Scheidegger&Spiess (Zurigo).
Luisa Figini. Note biografiche
Nata a Mendrisio nel 1954, Luisa Figini espone con regolarità in Svizzera e all’estero sin dal 1985. Dal 1981 al 1983 frequenta l’École des Beaux-Arts di Bourges sotto la guida dell’artista-ceramista Jacqueline Lerat; prosegue poi la sua formazione alla Haute école d’art et de design (HEAD) di Ginevra fra il 1998 e il 2002. Qui collabora, fra l’altro, con la scultrice Carmen Perrin e per il 2004-2007 le viene attribuito un mandato di artista invitata. Nel 2008─2009 consegue un master di secondo livello in “Metodologia della ricerca in educazione” all’Università di Trento-Rovereto. Dal 2002 al 2014 è docente presso l’Alta scuola pedagogica (poi DFA-SUPSI) di Locarno e dal 2012 al 2019 insegna al Centro scolastico per le industrie artistiche (CSIA) di Lugano. Dal 2019 si dedica esclusivamente alla sua attività artistica ed espositiva.